Senza sapere quando è finita

In copertina, Stephen Brayda.

E se tu fossi una che non sa quando una cosa è finita? se fossi l’ultima che resta quando tutti gli altri sono usciti dal concerto, dal cinema, dalla città infestata dal crimine, dalla storia d’amore fallita? Se cercassi un segno ma il segno non viene. Oppure viene ma tu non lo vedi. E se dovessi prendere una decisione da sola e fosse un brutto colpo il fatto di poter contare solo su te stessa.

William Wegman: Water Damage. Citato da Hempel.

Ho trovato dolore in questi racconti, ho incontrato gente che soffre, gente ferita, sfregiata, che ha subito traumi, “cuori danneggiati”. Ho letto di solitudine.
Ho percepito empatia, perfino tenerezza. Calore.
E, nonostante il dolore, nonostante la sofferenza, e le ferite, ho conosciuto gente che cerca un sorriso, che prova a scherzare, che conosce ironia, magari cupa, lacrima e sorriso non sono mai troppo distanti. Ho respirato vitalità. Resilienza.
Avrei voluto avvicinare tutti, tutte, sfiorarli, toccarli, accarezzarli, sentire il suono della loro voce, ascoltarli parlare e lasciare che loro ascoltassero me.
Sarebbero nate amicizie, legami.

Gloria Vanderbilt: Cloudland. Regala il titolo all’ultimo lungo racconto della raccolta.

In questi quindici magnifici, magistrali racconti, lunghi anche solo poche righe (riuscendo anche così a raccontare un’esistenza), lunghi per lo più una o due pagine, tranne l’ultimo che con le sue sessanta pagine occupa da solo quasi metà della raccolta, ma non diventa mai novella perché la lingua della Hempel è ondivaga, è fatta per l’epifania, il racconto fulminante, l’ellissi, l’haiku, forse la poesia, quello che a casa sua chiamano “long poem”, per la facilità di lettura che non risolve la difficoltà di comprensione.
L’inaspettato, l’intermittenza emotiva, i controsensi dell’anima.
Soprattutto fa pensare al salto emotivo del silenzio di una persona solitaria.
Può essere narratore esterno o io narrante, dialoghi o monologo, tante voci o una sola voce: a me a volte fa pensare a due amiche che si ritrovano dopo una lunga separazione e hanno urgenza di raccontarsi e saltano da un argomento all’altro senza nesso logico.

Kim Holleman: Toynado. Hempel lo descrive e fa gioco di parole col titolo di un racconto.

Quando scrivo un racconto cerco di avvicinarmi il più possibile alla poesia. È di grande aiuto quando si scrivono storie. S’impara molto su ritmo, suono, compressione e selezione. Non c’è spreco di parole.
Così dice Amy Hempel, che con le sue cinque raccolte di racconti, poco più di 500 pagine in tutto, ha lanciato l’ennesima sfida allo stile e alla lingua del racconto, rinnovando un genere letterario che ha negli Stati Uniti una tradizione illustre, lunga oltre due secoli.

Se, come recita il titolo, nessuno è come qualcun altro, siamo forse isole, impossibilitate per definizione a comunicare l’uno con l’altro, più che incapaci.
Eppure, Hempel dimostra che con le parole giuste, quelle che lei conosce come pochi altri, si può dire qualsiasi cosa, si può parlare, e comunicare.

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