Hunting High and Low

Quanti pensieri potevano passarmi chiuso in quella stanza con te.
Senza cellulare, nel silenzio ovattato di una notte in ospedale, con la preoccupazione che solo un genitore può capire.
E’ andata bene ma sicuramente la vita può cambiare in un momento ed è solo allora che capisci cosa davvero conta, quanto ti crucci per un rumore che non porta mai alla felicità.

La felicità è vederti crescere ed affrontare le sfide delle vita con tanto coraggio.
E tu caro Simone, sei molto più coraggioso di me, io mi sono ritrovato a fare quello che spero e mi permetterai di fare per tanto tempo.

Semplicemente tenerti la mano se vorrai e se mi sceglierai.
Quanti errori faccio ma non quello peggiore, vedi ? Ci sono e ci sarò.

Mi torna in mente un verso meraviglioso di Father forgets, perchè in quel rimorso mi sono riconosciuto e mi ci riconosco.

Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto. E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento. A colazione, anche li ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao, papino !” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!” E tutto e ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura. Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale. Be’, figlio, e stato subito dopo che mi e scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; e questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età. E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore cosi grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che sono venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna. E una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papa. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “‘E ancora un bambino, un ragazzino!” Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.

Artefatto

“ Forse l’amore é un artefatto di un’altra dimensione che non possiamo percepire consciamente… è l’unica cosa che possiamo percepire che trascende le dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capirlo ancora. “

La La Land

Potrei ascoltare la stessa canzone per ore ed ore ed ogni volta farmi lo stesso viaggio!
Che bella la musica, che bello il pianoforte !

Lo splendore della disobbedienza

antigone

Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. E’ rischioso ma è più rischioso non farlo mai.

Grabriele Romagnoli, dall’articolo “Cercasi Antigone per la Rivoluzione”, Vanity Fair del 5-06-2013, pag. 74

“Antigone”, disse sua sorella”Ti uccideranno”. “In qualche modo dovrò pur morire”, disse Antigone sempre rivolgendole le spalle. “Dovrò passare molto più tempo da morta che da viva”. “Sei pazza”, le disse la sorella.” E mi fai paura. Ma giuro. Non racconterò a nessuno quello che stai per fare”. L’affermazione fece girare la sorella minore per guardare di nuovo la maggiore negli occhi. ” URLALO PURE CON TUTTA LA VOCE CHE HAI!”, strillò.” NON MI IMPORTA CIO’ CHE DICI. NON MI IMPORTA CIO’ CHE CREONTE DICE. NON MI IMPORTA CIO’ CHE DICE LA GENTE, NON MI IMPORTA DI NESSUNO.”

Da “La storia di Antigone raccontata da Ali Smith” , 2011, Gruppo editoriale L’Espresso. Illustrazioni di Laura Paoletti.

Quando  mi chiedono perché ho chiamato mia figlia primogenita Antea non dico mai la verità perché temo di apparire troppo intellettuale radical chic, di fare la figura della snob (che non sono) e quindi rispondo delle ragioni che sono più o meno vere , ma che non sono LA ragione principale. Dico che l’ho scelto perché è un nome raro e originale ma al tempo stesso semplice e dolce, perché l’etimologia richiama la parola greca che significa “fiore” (anthos), perché il nonno paterno si chiama Antonio e i due nomi hanno la stessa radice, perché all’Università avevo una compagna di studi che ho poi perso di vista che si chiamava così ed era bellissima e intelligentissima. Ma la verità è che mia figlia si chiama così perché circa 2500 anni fa un tragediografo, Sofocle, ha reso immortale uno dei personaggi della mitologia greca più affascinanti: Antigone. Dicevano i latini che nel nome c’è il nostro destino (“nomen est omen”) ma non auguro di certo il destino di Antigone ad Antea: figlia di Edipo, che si cava gli occhi quando scopre di aver amato la madre, Antigone si oppone al divieto imposto dallo zio Creonte di seppellire il corpo del fratello Polinice che doveva giacere, privo di dignità e pietà umana, in pasto alle carogne e agli uccelli rapaci, perché si era opposto al fratello Eteocle, usurpatore del trono tebano. La ribellione di Antigone ad una legge iniqua, che va contro la legge di natura di dare degna sepoltura ai morti, le costerà la vita. Nel nome di mia figlia, così come in quello di Antigone, c’è questa parola: “anti”, questo seme di ribellione e di anticonformismo che spero germogli perché, come scrive Romagnoli nel suo articolo:

Tutte le istituzioni, per prima la famiglia, insegnano ai bambini il valore dell’obbedienza. Antigone insegna quello della disobbedienza. L’obbedienza porta un premio, la disobbedienza un castigo. Richiede coraggio, spirito di sacrificio, idealismo. Ma è la disobbedienza lo strappo che consente alla storia di avanzare sul solco della giustizia e non in quello della volontà di un qualunque governante.

Ecco perché mia figlia l’ho chiamata Antea: perché volevo che il nome le trasmettesse, per “osmosi”, proprio queste virtù che elenca Romagnoli: il coraggio, lo spirito di sacrificio, l’idealismo. Perché Antigone è Ipazia, che nel IV sec d. c. viene uccisa per difendere il suo amore per la scienza, è Malala Yousafzi,  che ha quasi perso la vita per affermare il diritto allo studio delle bambine pakistane, è Eleonora Pimental de Fonseca, è  Rosa Parks, è Dolores Ibàrruri, e tante altre ancora e, in questi giorni, è la ragazza vestita di rosso che al Gezi Park di Istanbul resta immobile di fronte al getto dell’idrante della polizia, simbolo dell’ accecante splendore della disobbedienza.