Sapevo che avrei trovato una connessione con questo film. E così è stato.
È una di quelle storie che sembrano parlare a te. E mi viene da pensare: se è stata scritta, diretta, interpretata e sentita da così tante persone, forse non sono così solo. Forse certi passaggi sono molto più comuni di quanto crediamo. E in un certo senso questo mi rincuora.
La storia è quella di due genitori che si amano, che condividono la stessa ferita. Eppure non riescono a restare nello stesso posto del dolore. Lo vivono in modo diverso.
E questo mi riporta alla mia situazione, vivere la perdita di un amore in maniera così diversa… ma allo stesso tempo così uguale.
Perché il dolore non parla una lingua sola. C’è chi resta dentro al ricordo, quasi a custodirlo. Chi invece scappa, perché scappare è l’unico modo per respirare.
E così accade una cosa difficile da accettare: due persone che si amano profondamente iniziano ad allontanarsi proprio mentre soffrono per le stesse cose. Non sempre perché l’amore finisce. Ma perché ognuno trova il suo modo di sopravvivere. E spesso quei modi non si parlano.
Guardandolo, mi sono accorto che qualcosa dentro di me si muoveva. Ma non riuscivo a capire bene cosa.
Non so se mi ha fatto pensare all’amore della mia vita che ho perso. Quello che pensavo sarebbe rimasto. Quello che ha fatto finire tutto il resto.
O a quello arrivato dopo, che per un attimo ho creduto potesse rimettere insieme i pezzi. E invece no.
Non so se mi ha riportato ancora più indietro, a quella sensazione di quando sei piccolo e ti chiedi se sei abbastanza per meritarti l’amore.
Avrei voluto piangere anch’io, per mio padre, per mia madre. Avere quel tipo di rapporto lì. Invece anche lì… il vuoto.
A un certo punto ho pensato: e se fossi stato più bravo? Più coraggioso. Più facile da amare. Più come Hamnet.
Poi mi sono fermato.
Perché la verità è che non so più quale lutto sto guardando. A cosa sto pensando, davvero. So solo che mi sento triste. Vuoto.
Forse mi sono immedesimato nel padre, in quel dolore muto di chi perde qualcosa e non sa più dove mettere tutto quello che sente. Un dolore muto che non sa nemmeno più a chi è rivolto.
Forse sto ancora cercando di dare un nome a perdite diverse che, col tempo, si sono mescolate.
Forse è questo che fanno certe storie, prendono un dolore che pensavi fosse solo tuo e lo mettono davanti a te in una forma diversa, e per un attimo capisci (o ri ticordi?) che quel vuoto che senti non è una cosa sbagliata da aggiustare.
È solo una parte della storia che continuiamo a portare con noi. Che farà parte di me.
Come se, da qualche parte, tutto quello che abbiamo perso continuasse comunque a vivere.
In un ricordo.
In una parola.
In una canzone.
In un profumo.
In un nome.
In un luogo che conosciamo solo noi.
E forse è proprio lì che ogni tanto riusciamo ancora a ritrovarci.