C’è un momento, nella vita di un uomo, in cui ti siedi e fai i conti. Non con il conto in banca, non con la carriera. Con te stesso. Ed è il momento più scomodo che esista.

Io ci sono arrivato tardi, come mi succede con la maggior parte delle cose che riguardano l’amore.
Per anni ho creduto di essere una persona coraggiosa. Avevo costruito cose, preso decisioni, mandato avanti una famiglia. Ma il coraggio vero, quello che ti chiede di guardare in faccia ciò che sei davvero, non ciò che mostri , quello l’avevo sempre rimandato. Con eleganza, devo dire. Quasi senza accorgermene.
La verità è che la paura è bravissima a travestirsi. Si mette il cappotto della prudenza, le scarpe del buonsenso, e cammina al tuo fianco facendoti credere di essere saggezza. Resto perché è giusto così. Resto perché ci sono i figli. Resto perché distruggere tutto sarebbe egoismo. Tutte cose vere, per carità. Ma mescolate, dentro, con qualcosa di meno nobile: la paura delle macerie. La paura del giudizio. La paura, soprattutto, di scoprire chi sei quando togli di mezzo le abitudini che ti definiscono da vent’anni. La paura di far soffrire come hai sofferto tu.
Ho capito una cosa, col tempo: non esistono scelte giuste o sbagliate in assoluto. Esistono scelte fatte per coraggio e scelte fatte per paura. E il bello, si fa per dire, è che dall’esterno sembrano identiche. Puoi restare in un matrimonio per amore o per vigliaccheria. Puoi andartene per libertà o per fuga. Il gesto è lo stesso. La differenza sta tutta nel motivo, e il motivo lo conosci solo tu, in quel posto silenzioso che di notte non riesci a zittire.
C’è una cosa che mi ha colpito, letta da qualche parte: il corpo, quando un muscolo fa male, tende ad assumere una postura sbagliata per ridurre il dolore. Funziona nel breve periodo. Nel lungo, quella postura storta ti distrugge. L’anima funziona uguale. Ci adattiamo, ci aggiustiamo, troviamo equilibri contorti pur di non sentire. E intanto diventiamo un po’ più storti.
Il dolore non si aggira. Si attraversa.
Non lo dico con la leggerezza di chi ha trovato tutte le risposte anzi ne ho trovate pochissime, e quelle poche mi hanno richiesto anni. Lo dico perché smettere di guardarsi indietro, verso quello che poteva essere e non è stato, e cominciare a guardarsi dentro è la cosa più faticosa e più onesta che un essere umano possa fare.
Rimpiangere è comodo. Richiede solo memoria e un po’ di malinconia. Cambiare richiede coraggio. E il coraggio, a differenza della paura, non si traveste da niente. Si riconosce subito, anche perché fa sempre un po’ paura anche lui.
Se sei arrivato fin qui probabilmente sai già di cosa sto parlando. E probabilmente sai già cosa dovresti fare. La parte difficile non è capirlo. È smettere di trovare motivi per non farlo.